Misticismo e superstizioni

l’Asia é un continente ricchissimo di una moltitudine di tradizioni che si mixano in un caleidoscopio universo di differenze, ma hanno un denominatore comune davvero forte, la presenza costante in qualsiasi attività umana.
Così non é possibile comprare una macchina, costruire una casa, o anche solo andare a trovare un parente lontano senza scegliere accuratamente il giorno “giusto”, o senza fare qualche rito di buona fortuna o benedizione.
Qui in Thailandia, il buddismo si é mescolato nel tempo con ogni tradizione locale preesistente senza soluzione di continuità. Così non é concepibile scegliere il giorno del matrimonio in base alla disponibilità, al meteo o a qualsiasi altro parametro prettamente funzionale, ma bisogna trovare una data compatibile con le stelle.
Anche qui pero, come nel mondo occidentale, molto spesso le persone comuni non conoscono i veri misteri, le forze che sottendono quei rituali, così finiscono per cadere nella superstizione, con risultati poco edificanti.
Ho imparato già da tempo che in questa cultura i piedi appartengono ad un area considerata impura, quindi mai mostrare le piste dei piedi a qualcuno e tantomeno volgerle verso una statua sacra.
Ma non solo i piedi, quando ho comprato un ciondolo da un monaco che l’ha benedetto, istintivamente mi é venuto di metterlo in tasca, ma mi hanno guardato tutti malissimo: infatti qualsiasi cosa considerato minimamente sacro, non può stare nella parte bassa del corpo, ma in alto.
Quando Dao ha appeso i suoi pantaloni al cardine della finestra ad asciugare, il padre l’ha subito rimproverata, i pantaloni devono stare in basso, non in alto, specie quelli delle donne. Le mutande, ad esempio, apparte quelle dei bambini, ognuno lava le sue, e si mettono ad asciugare in un luogo molto in basso rispetto a terra.
In un tempio a Naan, da un anziano monaco, ho comprato alcuni mandala particolari, scritti nell’antica lingua Lanna, quando abbiamo fatto il viaggio in Bus, li avevo messi nel mio borsello, ma quando Dao l’ha scoperto si é molto arrabbiata, perché così si esaurisce completamente la benedizione!
Interessante invece notare come nel caso della cerimonia funebre, anche se nella nostra cultura il corpo viene seppellito mentre in questa viene bruciato, é tradizione che tutti si debbano vestire di nero, oppure l’uso di unire le mani durante una preghiera. Quest’ultimo aspetto lo trovo particolarmente bello: unire le mani lo trovo un gesto così bello e così ancestrale che esprime l’atteggiamento senza bisogno di parole e quindi di un linguaggio, senza bisogno di conoscerne il significato in modo cognitivo, nella più totale modalità esperienziale, inizi a farlo e poi ne capisci il valore senza che nessuno te lo spieghi a parole.
In India,unire le mani e pronunciare il saluto “namaste”, significa salutare la scintilla divina che c’é nell’altro essere. Al villaggio di Dao, quando offrivo qualcosa alle bambine, i genitori le invitavano a ringraziare sollecitandole as unire le mani, senza dover pronunciare nulla: il miglio modo di ringraziare che ho mai conosciuto!
La cosa che mi colpisce di più sull’aspetto mistico é il culto dei trapassati: in questa cultura,a differenza di quella indiana, non ci sono molte divinità, lo stesso budda non é propriamente un dio, mentre si venerano con grande ardore gli uomini che, in passato come oggi, tutti considerano delle grandi anime (mahaatman).
Durante la grande cerimonia di cremazione del cadaveri del vecchio monaco, la sua veste é stata appesa a diversi metri sopra il fuoco, ed ha sventolato per tutta la notte sospinta dalle fiamme senza bruciaare. Molte persone hanno così aspettato,anche tutta la notte, che qualche brandello del vestito strappato dalle fiamme potesse diventare una reliquia da portare a casa.
Il giorno dopo mi mostrano con orgoglio un pezzo di quel drappo arancione e,ancora più sorprendente, una sferetta annerita, una delle 108 del mala(il rosario di legno) che il monaco portava al collo: entrambi anneriti e puzzolenti, ma che un falò alto dieci metri non é riuscito a bruciare.
Ora entrambe le reliquie sono nella borsa di Dao e le porterà in Europa con me per protezione.
La cosa che pero ha suscitato stupore non solo a me, é che, il mattino seguente al rogo, quando sono andati alla ricerca delle ossa del vecchio monaco, hanno invece trovato buona parte del corpo, annerito ma non incenerito!
Riprendo tra qualche ora un volo che mi riporta nel mio paese nativo, portandomi dietro,come sempre, un bagaglio pesante ma prezioso, oggetti sacri, vestiti strani, ma anche riflessioni profonde sul passato e sul futuro, oltre alla cosa più preziosa di tutte: la persona che amo.

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Diversamente quotidiano

La parola quotidiano assume generalmente un carattere di routine, rotta solo da qualcosa che assume così una caratteristica eccezionale.
Nei 4 giorni trascorsi qui a casa di Dao, il quotidiano si mescola alleccezione in modi davvero interessanti.
Il fatto di avere un farang in casa é, per loro, un fatto assolutamente eccezionale, ma giorno dopo giorno, vedo come leccezione é modulata su una quotidianità che,essendo diversa da quella che vivo a casa, ha un sapore davvero speciale.
Così, quando andiamo a vedere la cerimonia per la sepoltura del vecchio monaco, accanto alla ritualità dei monaci, la gente può vedere un film su un maxi schermo allaperto, oppure assistere ad uno spettacolo di Thai boxe.
Già, perché anche qui, in un minuscolo villaggio nel nord, lontano mille chilometri dal clamore della capitale, e un centinaio dal capoluogo della provincia, vedere salire sul ring bambini, e anche ragazzine, che si danno botte da orbi, é uno spettacolo per tutti, grandi e piccini, e sono le signore oltre la quarantina quelle che si scaldano di più ad ogni pugno o calcio ben riuscito.
Una mattina siamo andati a vedere Naan, la città più grande in questa regione, con il fratello di Dao alla guida e il padre che é voluto venire perché anche lui non era mai andato al museo della città.
Solo che quando siamo arrivati, non é voluto entrare, ed é rimasto a far la guardia fuori dalla macchina.
Quando siamo andati al villaggio dei pescatori, in riva al grande fiume Naan, oltre ad ammirare il paesaggio, abbiamo comprato 2 kili di pesce freschissimo a meno di 3 euro.
Anche in casa le abitudini e le tradizioni sono molo forti: negli ultimi 20 anni, la piccola casetta di legno é diventata una grande casa in cemento, con 2 frigoriferi, la lavatrice, bellissime piastrelle azzurre, ma alcune abitudini non si possono cambiare semplicemente aggiungendo elettrodomestici.
Ad esempio, la mamma non ha mai usato la lavatrice, dice che lavare le cose a mano rende più pulite le cose, stessa cosa per il nuovo fornello a gas, mai usato perché cuocere i cibi sul fuoco della legna rende il cibo più buono.
I pasti vengono sempre consumati su una stuoia per terra: quando ho chiesto a Dao perché non usassero il tavolo, mi ha spiegato che hanno comprato quel bel tavolone circa 5 anni fa, ma dopo averci mangiato un paio volte, non si sentivano a loro agio e sono ritornati alla stuoia a terra.
Un altro costume interessante é quello che gli avanzi del pasto serale, siano messi,senza toccarli, in un ripiano, e le stoviglie non vengano lavate che il giorno seguente: questo perché durante la notte le anime dei trapassati possano banchettare.
Lemozione più bella di questa quotidianità, é stata quando la bimba più grande é venuta a chiamarmi per la cena chiamandomi lun farang, ovvero zio straniero!
La più piccola invece, che allinizio era spaventata da me, la sera della grande cerimonia,mentre stavamo giocando, i suoi genitori la chiamano per portarla alle sue amate giostre, ma lei non ne ha voluto sapere, perché era molto più divertente giocare con me: così labbiamo portata io e Dao in motorino più tardi.br /br /a href=https://nelmezzodellamiavita.files.wordpress.com/2012/01/20120109-191058.jpgimg src=https://nelmezzodellamiavita.files.wordpress.com/2012/01/20120109-191058.jpg alt=20120109-191058.jpg class=alignnone size-full //a

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Rotta verso nord

Il viaggio verso Naan é lungo, ma più lunga è l’attesa: check out dall’albergo alle 11, pranzo, e arriviamo alla stazione dei bus che sono le 2; Ci aspettano 5 ore prima di salire sul nostro pullman. Facciamo una pausa per mangiare qualcosa verso mezzanotte, ma arriviamo con largo anticipo in una cittadina vicino a Naan, sono le 4 ed é ancora buio, così abbiamo ancora 2 ore prima che qualcuno ci venga a prendere. Io non ho chiuso occhio nonostante i sedili reclinabili del bus fossero abbastanza comodi, e nemmeno nelle due ore successive sulla tavola di legno alla fermata. Giunta ormai l’alba, arrivano il padre, il fratello e la sua bimba su un automezzo molto comune qui: una grossa e vecchia auto con molto spazio sul retro per caricare roba.
Quasi un ora e siamo a casa di Dao, un ingresso molto ampio e con lucenti piastrelle azzurre, ed una cucina altrettanto ampia con piastrelle marroni: al piano di sopra, in legno, la camera da letto dei genitori, mentre di fiano la casa della famiglia del fratello: vado a dormire 4 ore.
La prima giornata é decisamente lunga, il pomeriggio lo passiamo ad un mercato ad una dozzina di chilometri da casa, a comprare cibo per accogliere tutta le gente prevista per la sera. Facciamo una visita veloce in un bellissimo parco, con dei minuscoli canyon scavati dall’a qua, poi rientriamo a casa. Ad attenderci un sacco di gente venuta a conoscere il “falan”, ovvero lo straniero, cioè io!
C’é un gran fermento, tutti cercano di parlarmi, io sorrido, mentre molto presto Dao mi lascia da solo in balia di un parente ubriaco il quale mi offre una qualche bevanda alcolica che rifiuto, ma non posso astenermi dallo stare ad ascoltare un fiume di parole e domande, alle quali rispondo con un suono della voce a bocca chiusa, e con qualche “kap”. Per la cena ci troviamo tutti attorno ad un grosso pentolone sopra ad un braciere, in cime depositiamo pezzetti di carne e fegato, oppure gamberi facendo attenzione e a girarli di tanto in tanto, mentre sui bordi un misto di verdure, soya e funghi. Ognuno mette dei pezzi e li prende quando ritiene siano cotti, assieme al brodo di verdure e si riempe il piatto, un po’ come si fa con la bourguignonne. La mamma e il papà invece mangiano in disparte dal gruppo, Dao mi dice che a loro non piace quel cibo, non é tipico di quella zona, ma di Bangkok, loro preferiscono la cucina locale!
Una delle zie seduta al mio fianco non perde occasione di toccarmi e accarezzarmi, dicendo che sua nipote ha scelto proprio un bel ragazzo, ed un altra zia, probabilmente ubriaca mi annusa il collo e mi stringe le mani!
La serata si conclude a notte inoltrata, ma non é finita, verso le 10 andiamo in moto (in 3) presso un tempio buddista, dove sono coinvolto in una complessa cerimonia dove devo fare una dozzina di metri in ginocchio, e portare delle buste a cinque monaci seduti che cantano litanie al microfono. La cerimonia é il preludio di una più grande, in favore di un monaco molto potente morto circa 8 mesi fa, la cui salma giace in quel tempio semi mummificata.
Finalmente a casa, stavolta dormo come un sasso fino al mattino alle 10.
La colazione non é molto diversa da pranzo e cena, il riso accompagna qualsiasi piatto, che é sempre un po’ piccante , così, vista anche l’ora unisco colazione e pranzo in un unico pasto, anche perché il mio intestino,nonostante i fermenti lattici, deve ancora abituarsi.
Il pomeriggio andiamo a fare un giro ad un altro mercato e a qualche negozio dove compro qualcosa da vestire, visto che nel lavaggio, il bianco di tre magliette é diventato multicolore!
Quando rientriamo, ci raggiunge un tizio vestito di scuro, e la mamma porta in mezzo alla sala una composizione di fiori molto bella e decisamente elaborata, con 3 candele poste in cima alla costruzione, due polli cotti e due uova, una bottiglia di whisky, acqua riso e persino qualche sigaretta. Inizia così un lungo rituale dove io e Dao siamo seduti di fronte ai fiori e dall’altro lato il tizio pronuncia una lunga litania e maneggia il contenuto del vaso. Il rituale termina con legarci due braccialetti bianchi, uno per mano ad entrambi, ho l’impressione che sia quasi un rituale di fidanzamento, ma Dao mi dice che é per il buon auspicio e lunga vita.
Dopo una cena a due(il padre e la madre mangiano il loro cibo) dove Dao mi ha cucinato uno dei due polli della cerimonia, ci andiamo a vestire di nero.
Avevo portato con me una dolcevita nera e in India avevo comprato un paio di pantaloni neri, così nel pomeriggio ho solo dovuto aggiungere un paio di sandali dello stesso colore. Alla cerimonia dove andiamo subito dopo, tutti vestono quel colore, in onore del vecchio monaco morto otto mesi fa, ci sono un centinaio di persone ala cerimonia, e altrettante per attrazioni varie, tipo giostre per i più piccoli oppure bancarelle di cibo e vestiario.
Finita la cerimonia, ci guardiamo sul maxi schermo un film cinese con tanti effetti speciali, mentre un esercito di cugini si riunisce attorno a noi.
Torniamo a casa sul motorino, guida lei, Ora fa decisamente freddo, ma restiamo più di un ora a chiacchierare al solo canto di migliaia di insetti della notte

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Benvenuto 2012

Il volo da Varanasi a Bangkok scorre veloce, poche persone sull’aereo, il personale della Thai Airlines é, come sempre, molto gentile e premuroso e mi posso godere uno splendido tra mondo prima di profondare nel sonno.
Giunti a destinazione prendo l’ennesima SIM thailandese dopo aver scoperto che quella vecchia é scaduta, ma non chiamo Dao, ho 2 ore di tempo per raggiungerla prima che il nuovo anno raggiunga Bangkok.
C’é molto traffico e anche se l’aria condizionata é al massimo, fuori ci sono 32 gradi che levano il resporo.Il tassista é un chiacchierone, anche se con un inglese pessimo, non é troppo invadente e comunque mi trasmette il buonumore, anche perché ogni tanto si aggiusta un buffissimo parrucchino con il ciuffo a banana… Very funny!
Giunti a destinazione, lo guido alla Guesthouse dove mi aspetta Dao che ha già prenotato la stessa camera dove esattamente un anno fa ci siamo incontrati.
Così appena arrivo scoppiamo di gioia nel rivederci proprio li, tanto dopo una mezz’ora ci rendiamo conto che é mezzanotte dai botti che provengono da fuori!
Andiamo comunque a fare un giro nel delirio di kosand road, prendendo qualcosa da mangiare in strada e un bakardi breezer per festeggiare in camera.
I due giorni successivi li passiamo a sbrigare un po’ di faccende, a comprare un po’ di regali per la sua famiglia, e a prenotare i voli del rientro: i due vecchietti della solita agenzia cincischiano troppo, così stufi di aspettare andiamo da un suo amico davvero simpatico che si fa chiamare Mong (scimmia), che in pochissimo tempo prenota il tutto.
I voli per Naan costano davvero troppo, così ci andremo col bus, infondo, sono “solo” una dozzina di ore!
Sento un certo fastidio in mezzo alle dita dei piedi, così entriamo in una farmacia, il tipo controlla e mi dice che ho preso un qualche fungo, così devo prendere una pillola ogni. Giorno e spalmarci sopra una crema 4 volte al giorno.
Per sopportare meglio il caldo, passo anche dal barbiere per accorciare un po’ barba e capelli, la grossa signora inizia a tagliare non appena mi siedo senza chiedere nulla, così dopo le prime sforbiciate le dico di non farli troppo corti, ma lei ha già deciso tutto: quando vedo il risultato finale rimango di sasso, credo di non aver mai avuto i capelli così corti.
Umesh mi ha lasciato un arduo compito, si chiama Mahakal, e questo 2012 é iniziato proprio nel suo segno.
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Rama e Anuman

Sono a Varanasi da soli 5 giorni e domani volo a Bangkok, ma ho la sensazione di esser qui da più tempo.
Le giornate scorrono veloci, sono piene ed intense, intrise di piccole meravigliose cose di tutti i giorni, ma anche di grandi avventure per lo spirito.
Spesso gli amici mi chiedono “ma cosa fai tutto il giorno?”, beh.. La risposta più semplice e sintetica é “vivo!”, siamo talmente abituati a pianificare oppure Dover fare qualcosa, che sembra strano avere giornate fitte senza averlo pianificato prima oppure senza Dover fare qualcosa, eppure é così.
In questi giorni ho rincontrato un sacco di persone già conosciute, più una serie di incontri casuali, dove la parola casuale non deve far pensare al fortuito.
Oltre ad Umesh, ho rivisto Bursha, una ragazza al chiosco del chai con suo padre e la sorellina, Suraj, il vecchio gestore dell’albergo che mi aveva offerto il pranzo a casa sua durante la festa musulmana, Milan, un ragazzo di padre Nepalese che mi racconta di aver avuto qualche mese fa un grave incidente in moto mentre guidava ubriaco, Anmol, un ragazzino col quale avevo fatto scambio di braccialetto che mi mostra orgoglioso al braccio, Sameer, il ragazzo che gestisce il mio solito Internet café, Karki, il gestore del ristorante omonimo, nepalese sposato con un italiana, al quale ho chiesto di salutarmi altri amici stranieri che ogni tanto passano a salutarlo, Lalla col quale ho condiviso qualche scorribanda notturna che mi ha fatto da guida in mezzo ai cadaveri ardenti a Manikarnika.
Ma queste sono solo le persone delle quale ricordo i nomi, poi c’é il vecchietto che mi ha portato sul suo risho un sacco di volte, il bambino con l’aria da business-man che ogni volta che passo davanti mi saluta chiamandomi per nome tutto fiero, il tizio dove vado a farmi il paan, che non spiaccica una parola di inglese, ma che mi accoglie sempre con umile entusiasmo, i due gestori del Chatni, dove vado spesso a far colazione che,forse per farmi sentire a mio agio,mette sempre musica da discoteca anni 90, di mattina presto!
Oltre a tutte queste persone, con le quali é davvero piacevole scambiare 4 chiacchiere, durante le passeggiate per la via centrale dei german backery, non puoi fare a meno di rispondere almeno ad una dozzina di”namaste” che i gestori dei vari negozietti ti rivolgono, sia a quelli che ti riconoscono, sia quelli che vorrebbero attaccar bottone, per non parlare di quelli più entusiasti perché gli hai già comprato qualcosa il giorno prima, con i quali hai almeno condiviso un chai offerto dalla casa.
Ma oltre alle chiacchierate il tempo scorre anche nel procurarsi l’occorrente, sia necessario, come mangiare, sia vestiti e regali per gli amici. Due giri al jalam, il grande magazzino indiano, la prima volta per comprare un po’ di vestiti, la seconda per comprare la stoffa per il kurta di Franco (quelli confezionati non sono della taglia giusta, ce ne va uno su misura), sia per fare l’orlo ai miei pantaloni nuovi, e anche per mangiare al ristorante interno: il tutto sotto lo sguardo attonito dei presenti, perché non ho mai incontrato nessuno straniero in quel posto, tranne quelli che ci ho portato io 🙂
La vita scorre pressoché nello stesso modo in cui l’avevo lasciata un anno fa, con una sola eccezione. L’ultima volta ero qui da solo, nel segno di Shiva, il distruttore, e tutto mi parlava di questo dio, a cominciare dal fatto che stavo distruggendo le mie abitudini in Italia, per poter fare posto a qualcosa di nuovo.
Quest’anno invece il segno é cambiato.
Non sono più qui da solo, ma con Franco, sono qui di passaggio e a tempo determinato, perché devo raggiungere la mia amata verso est, in Thailandia, e non sono qui per distruggere qualcosa, senza meta, ma per costruire, per aiutare il mio compagno di viaggio a continuare a il suo personale cammino, e con una meta ben chiara da raggiungere.
Quando sono giunto qui a Varanasi era il 25 dicembre e Umesh mi ha subito detto: ecco, oggi é arrivato jesus! Ma quando ha visto Franco, ha detto “ecco, siete come Rama e Anuman”
Nel Ramayana, il poema epico hindu, Rama deve ritrovare la sua amata Sita e in quest’avventura si unisce Anuman, un dio guerriero senza il quale non potrebbe riuscire nel suo intento, e riportarla nella citta di Ayodhya. Spesso, quando passeggiamo assieme, gli indiani ci canzonano canticchiando “rama rama…”, e oggi ci siamo fermati in compagnia di una simpatica famigliola che ha appena aperto un piccolo e umile ristorante, dove abbiamo discusso tutta la sera del potere di Anuman.
Lei ha un sorriso in grado di illuminare una stanza, lui é devotissimo del dio Anuman, che ritiene il più potente di tutti, che gli ha dato la forza di imparare l’inglese sulla strada, senza aver frequentato nessuna scuola, che gli ha permesso di aprire una gioielleria prima, un ristorante ora, che gli da la costanza di lavorare dalle 7 del mattino alle 11 della senza alcun giorno di riposo, e che si é illuminato quando abbiamo associato Franco ad Anuman come se fosse entrato davvero la sua divinità preferita nel suo locale, offrendoci chai e dicendoci orgogliosamente che il poco tempo libero che gli rimane lo spende per andare proprio al tempio di Anuman.
Hare Rama.

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Welcome back to Varanasi

Welcome back to Varanasi
La battaglia inizia al mattino presto, dopo una notte insonne passata a leggere dal mio iPad, il taxi che ci porta all’aeroporto credo che possa essere considerato di lusso, anche se a me sa di un pacchiano vertiginoso.
Dopo un paio di chiamate all’ufficio della turkish Airlines , decidiamo di prendere comunque i voli per Varanasi: imbarco alle 9:50, abbiamo un ora e mezza per farci ridare i bagagli che ci hanno smarrito ieri e prendere quel volo.
Mettersi d’accordo per un punto di ritrovo, tramite telefono con una tipa che parla inglese con accento turco, in un aeroporto grande come quello di Delhi é davvero un impresa, ma la cosa più difficile é spiegare alle guardie ad ogni angolo che devo entrare solo per prendermi un bagaglio; sembrano dei robots progettati per chiedere “ticket please” e ad una risposta diversa da mostrare un biglietto valido per entrare sbarrano la strada con fare minaccioso!
Riusciamo nell’impresa solo dividendoci, io cerco di spiegarmi in inglese, mentre Franco presidia e controlla: certo aumentano i rischi di perdersi, anche perché non abbiamo SIM indiane, ma alla fine ce la facciamo.
Quando riceviamo la carta d’imbarco da un tizio trafelato che ci dice di fare velocissimi sono le 10:10, ovvero 20 minuti dopo l’apertura del gate.
Ovviamente alle guardie del metal detector questo non interessa, e non contenti di buttarmi via 2 accendini dopo avermi fatto svuotare il borsello, pretendono che io ne tiri fuori un terzo inesistente che peró il tipo dice di aver visto ai raggi X!
Arriviamo al nostro gate (45) dopo un interminabile corsa per scoprire che non é ancora aperto: mezz’ora di ritardo, ma non possiamo nemmeno arrabbiarci, se fosse stato in orario, l’avremmo certamente perso.
I posti sull’aereo sembrano assegnati completamente a caso perché non solo noi, ma la maggior parte di persone si trova scombinato con chi dovrebbe avere vicino, ma poco male, faccio conoscenza con una francese che, come tutti, é seduta lontano dal suo compagno.
Quando scendiamo, nessun veicolo ci aspetta, dobbiamo fare almeno trecento metri a piedi in mezzo alla pista attorniata da guardie che ronzano attorno a noi come i cani con una mandria di pecore.
Il taxi che ci porta in città lo guida un ragazzino che mi auguro vivamente sia alle prime armi, quando raggiungiamo la città e lui vuole scaricarci in un posto a caso, scendo e chiedo ad un passante, che alla fine sale con noi e guida l’autista a destinazione: Shivala ghat.
Arrivati alla Guesthouse il tizio mi riconosce e mi dice che c’é un risho che ci aspetta per portarci da Umesh, che é ad un party a mezz’ora da noi, dentro al centro universitario:il tempo di buttare i bagagli un una stanzetta e ripartiamo.
Umesh ci accogli con molto calore, mangiamo qualcosa (di piccante) mentre lui non smette di parlare e mi presenta un sacco di persone importanti, mi dice essere un ritrovo annuale di una casta molto alta. La persona piu importante é un professore universitario che é stato diverso tempo in Italia, a Trento, noi siamo stranieri quindi possiamo serenamente stringergli la mano, ma gli altri indiani lo salutano toccandogli i piedi, nel formale atto di rispetto presso la loro cultura.
Quando rientriamo scopriamo che la stanzetta nella quale abbiamo depositato i bagagli é l’unica disponibile: letto singolo e senza bagno! Fortunatamente Umesh mi ha dato le chiavi dell’Ashram così io vado a dormire la: ma anche stasera, niente doccia 😦
Non riesco a prendere sonno, le due coperte che ho comprato non sono sufficienti e un tappetino di un centimetro non é certo quello che si può definire un comodo giaciglio. Dopo un intera notte senza sonno sento bussare sul portone di ferro che é già mattina: é Umesh.
Passiamo la mattinata parlando e meditando mentre ci raggiunge Franco.
Il pomeriggio se ne va tra acquistare (e configurare) due SIM indiane con accesso ad internet, un giro ad un internet shop dove chiamo Dao in Thailandia e prenoto il volo per Bangkok, un salto all’ATM, e un grande magazzino dove compro l’asciugamano che mi son scordato di prendere.
Torniamo all’ashram per la meditazione serale e quando usciamo ci viene in mente che abbiamo scordato di… Pranzare!
Per cena doppia razione di mo-mo in un ristorante nepalese, un lungo giro lungo i german backery e rientro alla base: anche stasera si dorme all’ashram, ma stavolta ho raddoppiato coperte e tappetino, pero’ questa vola devo fare tutto alla sola luce del mio telefono perché la corrente nonostante manchi da diverse ore, non accenna a tornare.

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Buon natale

24 dicembre 2011, ore 23:59, fuso orario di Delhi, India.
Non ė la prima volta che passo il natale in un paese dove il Natale non c’é, l’anno passato ero a Katmandu, assieme ad una favolosa famiglia Nepalese.
Ora invece sono a Delhi, in una Guesthouse davvero economica, dove la maggior parte di persone che conosco non riterrebbe nemmeno dignitoso stare per un ora. Niente doccia, non mi posso ne lavare i denti e nemmeno cambiare i vestiti per dormire.

Il viaggio non é stato così traumatico: partenza da Torino, scalo ad Istambul e arrivo a Delhi stamane prima dell’alba:13 ore in tutto, unico “piccolo” inconveniente é che i miei bagagli sono probabilmente ad Amsterdam!
Il programma era diverso, sarei già dovuto essere a Varanasi, ma come molto spesso ho avuto modo di constatare, nonostante tutto quello che possiamo programmare, il vero viaggio é saper gestire quello che succede, non seguire alla lettere quello che vorresti succedesse.
Sono qui con Franco, partito con me in quest’avventura, che vede per la prima volta coi suoi occhi cosa sottende la parola India. Sono emozionato più per lui che per me, perché io di follie come questa ne ho già vissute, mentre per lui é la prima volta, così riesco ad emozionarmi di più cercando di vedere questo mondo anche coi suoi occhi.
Giornata lunga, faticosa, ma ricca: ci siamo ritrovati alle 5 del mattino all’aeroporto con 24 ore di attesa nella speranza di rivedere i nostri bagagli.
Dopo un ora di taxi ci ritroviamo nel cuore della città vecchia, scaricati “a caso” in una via, con un bagaglio molto leggero. Abbiamo girato per due ore tra i vicoli più intimi senza meta, tirando a sorte tra destra e sinistra ad ogni incrocio. Ci lasciamo trasportare dalla classica ospitalità indiana, tra quelli che cercano di portarti in agenzie di viaggio camuffate da uffici di informazioni turistiche, a quelli che invece ti consigliano un buon posto per mangiare, tra autisti di risho taciturni a quelli piú espansivi.
Troviamo finalmente da dormire intorno alle 11 (del mattino)e crolliamo di sonno fino alle 8 di sera, anche se tra fuso e volo mattina e sera hanno le stesse sfumature.non ci facciamo mancare un giro veloce tra le bancarelle serali, condite con chai e pietanze piccanti, si rientra in camera presto perché domani ci aspetta un altra lunga giornata, dalla lotta in aeroporto per i bagagli a cercare un volo che ci porti finalmente a Varanasi.
Prima di addormentarmi mi arrivano alcuni messaggi che mi augurano il buon Natale, mentre leggo la biografia di Steve Jobs, proprio nel capitolo del suo viaggio in India, mi trovo a sorridere pensando che mi ritrovo a pieno titolo di incarnare il suo messaggio, restare affamati, restare folli.
Bon Natale a tutti, alla mia famiglia che sopporta un folle senza farsi troppe domande, ai miei amici che conoscono molto bene gli stimoli che mi hanno portato qui, ai ragazzi ai quali ho il piacere di insegnare, e anche a tutte quelle persone che non capiscono le mie scelte, che mi ritengono strambo o peggio.
Bon Natale anche a chi non sa cos’é il natale.

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Tutto è compiuto

Il 1 settembre finisce questo anno sabbatico, così lungo e cosi’ breve, cosi leggero ma così intenso che stravolge ma consolida, che stupisce ma rafforza.

Questo blog è nato dal cuore, dalla voglia di concretizzare in forma scritta quei flussi di pensieri e di emozioni che scorrono nelle vene, dal desiderio di conoscersi, conoscere e condividere.

Ora che il sabbatico è finito, mi accorgo che l’ultimo post è di 6 mesi fa: ma non certo perchè avessi poco da raccontare, anzi, ma forse perchè quando il tempo non è imbrigliato dalla quotidianità del “dover fare”, allora diventa una misura non lineare ma totalmente soggettiva. Dura di più un giorno passato all’ospedale con la febbre oppure una giornata spensierata con la persona che ami?

Durante il soggiorno in Asia, lo scrivere, è stato un link verso l’europa, sia geograficamente che a livello affettivo, mentre nei 6 mesi passati in Italia e dintorni, non ho sentito il bisogno di questo supporto, cosi’ non ho scritto nulla.. ma quante cose ci sarebbero da scrivere…

Dopo una settimana dal mio rientra dall’asia, ho passato un intero semestre a Roma, ad insegnare all’ Università pontificia Salesiana, dormendo e mangiando con la comunità: un esperienza molto costruttiva sotto molti punti di vista. Dalla città sacra per gli Hindu, e i buddisti,  alla città sacra per eccellenza per i cristiani; da un ashram ad una comunità religiosa.

In quei quattro mesi ho avuto modo di riprendere in mano le mie amate tecnologie, ho fatto la mia prima applicazione per iPhone, alcune videolezioni, ma nei week end, scorrazzavo per le valli Laziali e non solo, e nel frattempo preparavo i documenti per il visto di Dao.

Quattro giorni dopo essere tornato da Roma, il 6 Giugno vado a prendere Dao all’aereoporto, e trascorriamo 3 mesi a conoscerci, mente le faccio da cicerone per l’europa: Firenze, Pisa, Roma e Venezia in Italia poi la Camargue e la Linguadoca in Francia, con una scappata a Barcellona.

Dao è ripartita per Bangkok il 28 Agosto, e il 1 Settembre finisce questo meraviglioso periodo di studio della vita che sono certo ricorderò spesso in futuro.

Non esistono parole per spiegare come mi sento, ma mi sento molto bene, nessun essere umano può descrivere le emozioni, anche se i poeti fanno del loro meglio, perchè non esistono parole e non basterebbero fiumi di testo, ma di una cosa sono certo:  Se all’inizio di questo viaggio avessi immaginato di fare qualcosa di meraviglioso, sarebbe stata una pallida imitazione di quanto lo è stato realmente.

Ma ora, è tempo di guardare ancora avanti, il passato è solo uno strumento per progettare il futuro, così, con questo ultimo post, chiudo questo blog, con la fiducia che la rete conservi memoria a me stesso e al mondo intero.

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Unmount varanasi

Dopo un mese in giro, ritorno a Varanasi, a prendere le cose lasciate qui, a salutare amici e a ricaricare le batterie della vita, prima di continuare il mio viaggio in Italia.
L’accoglienza dei primi minuti mi riporta subito nell’atteggiamento mentale giusto: quando arrivo con il volo diretto da bangkok all’aeroporto, mi ritrovo in un posto nuovo, ora questa città si é dotata di un nuovo aeroporto, enorme rispetto a prima anche se ancora da finire in molte sue parti, e mi dicono che a breve diventerà di livello internazionale.
Appena fuori sono attorniato da persone che mi offrono un taxi, ma bastano qualche semplici risposte alle loro domande per intenderci: e qualcuno mi chiede se sono hindu, qualcuno se parlo hindi, mi accorgo che nonostante l’enorme zaino in spalla e la pelle bianca, mi accolgono come se avessi la seconda residenza a Varanasi.
Anche Umesh mi accoglie come un fratello, e quando ripercorro i vicoli di Shivala, il mio quartiere, sono molti a salutarmi e chiedermi dove sono stato.
Come wursha, la ragazza del chai alla quale avevo fatto un regalo per il compleanno, che mi offre diversi bis gratuitamente mentre mi mostra i suoi quaderni di scuola, o Milan, un ragazzo di madre nepalese e il padre di kerala, ma é orgoglioso di essere nato qui a Varanasi, sua madre l’ha partorito in barca sul Gange!
Come Sonu, un tipo molto sveglio che ha gestito tutti i miei viaggi dall’india, e che verra’ a Torino nei prossimi mesi a incontrare “la sua amica” che ha studiato per molto tempo danze indiane qui.
Umesh ha una “very good news”: i vecchi gestori della guesthouse, con i quali avevamo dei problemi, sono stati licenziati ed ora ci sono ottimi rapporti con i nuovi.
Così ritorno nella mia primissima camera, e tutte le sere sto a contemplare il mio panorama preferito, l’immagine che avevo messo su questo blog prima di partire, e che mi ha accompagnato per molto tempo in questo viaggio.
Quando penso ai 15 giorni in Nepal, mi sembra passato molto tempo, ma anche quando penso alla Thailandia mi sembra passato molto tempo, invece 3 giorni fa mi sono svegliato a Bangkok assieme a Dao.

Qui la sento tutti i giorni anche via sms, fortuna che ho l’applicazione delle date che mi visualizza in una sola schermata l’ora in Italia, in india e in Thailandia.
Ho anche ritrovato Anastassya, la ragazza ucraina conosciuta a kathmandu, con la quale sono stato qualche giorno a vedere l’himlalaya, e che ora é arrivata a Varanasi un giorno dopo di me.
Incontro ancora la coppia italo-svizzera che hanno fatto nascere il figlio a Varanasi, lui ha problemi col computer, così gli di una mano.
Questo posto é davvero speciale, ma di una natura che non é possibile esprimere con la dialettica, perché bisogna percepirla con altri sensi, per i quali non abbiamo ancora i nomi per esprimerli.
Gli ultimi due giorni non sono troppo sereno, qualcosa nell’aria si muove in direzione contraria: Umesh dice che é la luna piena, ma io credo che shiva mi stia dicendo.. “é tempo che tu vada via, e senza troppi romanticismi”.
Per il biglietto ho aspettato 6o7 ore in tutto, per il telefono ho perso altre 5 o 6 ore.. Quello che mi ero abituato a percepire come flusso costruttivo assume l’aspetto di difficoltà insormontabile, ma é lo stesso flusso.
Quell’energia che prima mi ha trascinato e poi ho cavalcato qui, ora mi vuole riportare a casa, e nel modo piu diretto, senza ripensamenti ne nostalgie: é tempo di andare, ma il viaggio non finisce, continua in un altro stato, quello nel quale sono nato.

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Dalle vette del paradiso all’inferno

L’ultimo giorno dell’anno inizia con una mattina molto fredda, ma non ho tempo di crogiolarmi sotto la spessa coperta, ieri sera ho scambiato un sacco di messaggi con Sharmila, e stamattina devo vederla. Alle dieci e mezza devo prendere il taxi per l’aeroporto, quindi mi levo presto. Ieri ho anche consumato tutto il credito nella lunga telefonata con lei, cosi, ancor prima di colazione, vado a prendere al volo una ricarica da 100 rupie.
Difficile mantenere gli equilibri di una povera ma numerosa famiglia, soprattutto quando una ragazza ambiziosa e capace vuole ostinatamente diventare un medico, mentre i genitori devono dividere equamente le scarse risorse familiari.
Alla fine me ne vado e ci scambiamo grandi abbracci, vado via sperando di aver fatto la cosa giusta, ma sicuramente arricchito dall’immersione nella quotidianità di questo paese, il Nepal, di questa città che assomiglia ad un enorme villaggio che é Kathmandu , e di questa bellissima famiglia.
Solo 3 ore di volo separano kathmandu da Bangkok, e ad una vista superficiale possono sembrare simili: le persone hanno gli occhi a mandorla e sono scuri di pelle, i templi buddisti svettano in cielo; ma il mio personale viaggio le mette profondamente in contraddizione.

Ero già stato diverse volte nella capitale della Thailandia, ma ora, dopo più di un mese di quote e pace, osservando le cose più piccole e semplici, dopo aver vissuto assieme a persone legate al proprio territorio, tutto é diverso.

Nessuno é di casa a Bangkok, sono tutti qui per qualche motivo, arrivano tutti da altre parti, e non solo gli stranieri, ma soprattutto i thai, la maggior parte per usufruire delle grandi opportunità lavorative della metropoli.

Qualche ora dopo il mio arrivo mi trovo in mezzo alla festa piu celebrata sul pianeta: il capodanno, nella via piu’ popolare di Bangkok, in mezzo al quartiere Banglamphu.
L’atmosfera di festa é ostentata da tutto e tutti, ognuno ha in mente qualcosa di memorabile per questo giorno e fa del suo meglio per essere originale. Sembra che tutte le nazioni si siano date appuntamento qui, una scena in particolare mi colpisce: due ragazze, una thai, l’altra probabilmente scandinava, che cantano e danzano su un tavolo al ritmo di “wakka wakka”, cantata da un americana (di origine messicana), che parla di Africa ed é stata usata come sigla degli ultimi campionati mondiali di calcio!

Ma oltre all’atmosfera gioiosa, percepisco anche l’angoscia nella gente, che DEVE divertirsi, a tutti i costi, é qui per questo!
Ragazze con minigonne vertiginose, e uomini che barcollano con un secchiello di qualche cocktail in mano. La via é molto stretta, ma per fare 300 metri ci va un ora, e bisogna farsi largo con i gomiti.

Quando vado a letto rimango a riflettere:
La mattina immerso in una cultura molto particolare, una città che mantiene le tradizioni come fosse un villaggio, la sera immerso in un caleidoscopio mix di culture immerse in un continuum che lascia senza fiato.
Quale é il paradiso e quale l’inferno? Dipende dall’osservatore.

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